La Grecia può – 2° puntata: un paese in saldo

L'università di Atene è la più antica della Grecia, una delle più antiche e prestigiose dei balcani. Ne parlano con orgoglio i lavoratori che ormai da settembre occupano gli stabili. L'università è di fatto chiusa, paralizzata da tagli pesantissimi, e i 30 mila studenti dell'università statale e i 20mila del politecnico non frequentano lezioni. Alcuni sostengono la lotta del personale amministrativo, che in questi giorni prepara lo sciopero generale del 6 novembre, uno degli oltre 30 dall'arrivo della Troika. É un clima surreale quello che si respira in un'università occupata da mesi, per chi le occupazioni le vive come un momento eccezionale di lotta. Il sistema universitario ha subito una riduzione dei finanziamenti del 40%, mentre per il solo politecnico supera il 65% (dai 22 milioni pre-crisi agli attuali 7). I lavoratori che ci accompagnano sono bibliotecari, personale tecnico amministrativo. Una di loro, Maria Xirogianni, sembra la più arrabbiata del gruppo: “se il cuore del sistema universitario sono gli studenti e i docenti, noi siamo le sue gambe. E senza gambe...”. I loro stipendi hanno ricevuto in media un taglio del 45%, e il piano approvato dal governo dopo il memorandum sottoscritto con la Troika prevede oltre 1300 riduzioni di personale su un totale di poco più 7000 unità. Non lo accettano, Maria e i suoi colleghi, un sistema fatto di tagli ed esternalizzazioni. “Prima qui gestivamo tutto noi, dalla sicurezza alle pulizie, mentre oggi hanno affidato i servizi a esterni. Il risultato è un costo maggiore per l'amministrazione e salari più bassi per i lavoratori delle società private”. Un fenomeno che in Italia conosciamo bene e che la nostra Corte dei Conti ha indicato come una delle cause della cattiva crescita della spesa pubblica. L'inspiegabile ce lo spiega Irene Dafermou, la loro giovane segretaria generale, anche lei bibliotecaria: “la nostra costituzione non permette la privatizzazione delle università perché prevede esplicitamente che siano pubbliche. Ma i governi che si sono succeduti hanno più volte spiegato che bisogna aprire il sistema al mercato privato per uscire dalla crisi e troveranno un modo per aggirare l'ostacolo”.

Non sono solo il welfare e servizi pubblici come l'università a entrare nella zona rossa della privatizzazione. A Elleniko, un comune di oltre 50mila abitanti alle porte della capitale, incontriamo Il sindaco Christos Kortzidis e il vice sindaco con delega ai servizi sociali Yiannis Maragos. Il primo cittadino, che arriva in comune a bordo del suo Sì Piaggio e aderisce a Syriza, la coalizione della sinistra radicale, conduce dal 2007 una battaglia per liberare la spiaggia dai privati, ed è riuscito a preservarne un pezzo, tendolo pulito e accessibile al pubblico grazie al lavoro dei volontari. La questione è diventata politica quando anche il litorale del suo comune è entrato nel mirino delle privatizzazioni, insieme all'area del vecchio aeroporto di Atene, che Elleniko e altri comuni limitrofi volevano utilizzare per costruire un parco metropolitano, uno spazio aggregativo per attività sportive e culturali. Oggi il governo Greco vuole invece costruire proprio lì una vera e propria città, centri commerciali, edifici abitativi. Una nuova città di cui il sindaco e i suoi concittadini non credono di aver bisogno. Vogliono sottrarre quell'area alla speculazione per riqualificarla in chiave turistica e poi, lo sottolineano, hanno altro a cui pensare. Come del resto gli altri comuni greci, investiti da tagli del 55% ai bilanci e da oltre 4000 esuberi, stabiliti dopo il memorandum e destinati a un percorso di mobilità molto simile a quello previsto in Italia, ma dai numeri ben più ampi sia in termini assoluti che relativi. Le loro priorità sono tenere in funzione i 10 asili che garantiscono gratuitamente l'educazione di 670 bambini, i 5 centri per anziani, l'assistenza sociale. Le nuove povertà qui hanno creato nuove necessità: bisogna dare da mangiare a oltre 300 famiglie indigenti, garantire la sicurezza, visto che dopo aver deciso di chiudere la tv pubblica da un giorno all'altro il Governo ha abolito in un batter d'occhio anche la polizia locale. Della sicurezza, come del resto dello spazio pubblico rimasto scoperto dopo la ritirata dello Stato, se ne occuperanno le società private.

A Elleniko si è quindi aperta una stagione di risposta mutualistica e solidaristica all'emergenza sanitaria e alla crisi economica. Da quando la bomba sociale è esplosa, non si ha solo a che fare con casi di denutrizione, e quindi non basta creare, come hanno fatto qui, un centro per la distribuzione di alimenti, ma serve una risposta immediata ai bisogni di salute.

Ci portano nella clinica sociale della città, proprio nello spazio del vecchio aeroporto, la dove dovrebbero sorgere night club, hotel e residence. Ci guidano nella farmacia della clinica, un luogo di recupero di medicinali inutilizzati o semplicemente donati da chi può. Armadi e frigoriferi pieni di farmaci, pannolini, latte in polvere. Una sala per le ecografie, un'altra per gli elettrocardiogrammi, uno studio dentistico. Macchinari e dispositivi medici, fotocopiatrici, computer regalati da cittadini comuni, da medici in pensione o da chi poteva semplicemente farne a meno o comprarne di nuovi. Tutto rigorosamente gestito da volontari, inclusi i medici specialisti che offrono parte del loro tempo libero per permettere l'offerta sanitaria più ampia possibile.

La clinica sociale di Elleniko in 22 mesi ha dato aiuto a oltre 15.000 persone e ormai viaggia alla media di 1000 pazienti al mese. Ha anche subito un'incursione della polizia, con l'accusa di vendere sostanze proibite. Ma qui non si sono spaventati, hanno continuato il loro lavoro volontario, imitati da altri comuni greci. Spesso capita che gli ospedali pubblici, dopo la mannaia sulla spesa farmaceutica subita negli anni scorsi (quasi 7 miliardi di euro tra il 2009 e il 2011), si rivolgano a questo centro autogestito per ottenere medicinali. Lo dicono con un orgoglio dal retrogusto amaro. Un orgoglio di cui evidentemente avrebbero voluto fare a meno.

Alessandro Russo (Ufficio stampa Fp-Cgil Nazionale)